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Covid e disturbi del sonno: 50% italiani ne soffre causa confinamento sociale

Mastropietro (Santa Caterina da Siena): “Disturbo su lungo termine genera ansia cronica”

ROMA – Il 19 marzo come ogni anno ricorre la Giornata Mondiale del Sonno. Un appuntamento che ha lo scopo di sensibilizzare la popolazione generale sull’importanza del sonno oggi sempre più condizionato da ansia e stress. Una problematica in continua crescita anche a causa del confinamento sociale imposto dalla pandemia da Covid-19. Ma quali sono i numeri del problema in Italia? Quando non è un problema transitorio ma cronico? E quali sono le strategie terapeutiche e comportamentali da mettere in campo con l’aiuto dello specialista?

L’agenzia di stampa Dire ne ha parlato con il dottor Alfonso Mastropietro, specialista in neurologia della Sleep Clinic e responsabile del reparto di neuropsicogeriatria della Clinica ‘Santa Caterina da Siena’ a Torino.

– Dormire un adeguato numero di ore è fondamentale per l’equilibrio psicofisico ma avere un sonno ‘ristoratore’ non è così scontato. Molte persone lamentano disturbi acuiti anche dal periodo difficile pandemico che stiamo vivendo ormai da un anno. Quali sono i numeri del problema in Italia? Quanto tempo deve trascorrere dall’esordio della sintomatologia prima che il paziente si rivolga ad un centro specializzato?

I numeri dell’insonnia erano dei numeri importanti già prima della pandemia da Covid-19. È un problema che riguarda infatti il 10-40% della popolazione affetta da disturbi vari del sonno che vanno dall’addormentamento al mantenimento del sonno o disturbi da risveglio precoce. Il confinamento sociale imposto dalla pandemia ha creato nuovi modelli psicopatologici legati ai disturbi dell’ansia, ai disturbi dell’umore, ai disturbi post traumatici da stress, e tutti sono in crescita. Voglio precisare che l’insonnia non è una malattia ma è un sintomo se non in casi come la narcolessia, causata da un’alterazione del sistema melatoninergico che regola il ritmo sonno-veglia. Le percentuali abituali in questo momento storico perciò salgono al 50% e indubbiamente è un problema delle 24 ore cioè che coinvolge l’intera giornata. Per questo è importante rivolgersi subito allo specialista per ricevere delle cure che vanno ad agire sia sul breve termine che sul medio termine”.

– Quali sono gli esami che coadiuvano lo specialista per eseguire una corretta diagnosi?

“Ci sono dei test che valutano la qualità e il tipo di sonno però non sono altrettanto fondamentali come l’anamnesi clinica eseguita dallo specialista. Altro tema è se il tipo di insonnia è legato a problemi secondari di tipo respiratorio. Per la tipologia più comune è fondamentale il colloquio con il paziente per valutare se il soggetto avesse già dei fattori predisponenti, precipitanti o perpetuanti e che riguardano il problema del sonno”.

– Dormire poco o male per un periodo transitorio non è ottimale. Quali sono le ricadute invece sulla mente e sul corpo se l’insonnia si cronicizza?

“Le ricadute sono importanti. Il problema non è solo quello di non dormire la notte ma avere sonnolenza, disturbi dell’umore, compromissione del funzionamento lavorativo e sociale durante tutto l’arco della giornata proprio a causa di una scarsa qualità del sonno. Il fattore aggravante, come detto prima, può essere proprio il confinamento che ognuno di noi sta vivendo in tempi di pandemia. L’architettura del sonno perciò viene alterata e i sogni, la fase rem in particolare, viene molto disturbata ma soprattutto la fase di sonno profondo in cui si ha un completo abbandono della coscienza. Ogni giornata è uguale all’altra, e così non abbiamo la possibilità di ‘accumulare’ i nostri ricordi che sono l’insieme delle tracce di memoria più le emozioni. Si sogna meno perché il nostro specchio dei ricordi ogni notte va in frantumi e non riusciamo a ricostruire il ‘puzzle’ dei nostri ricordi. L’architettura del sonno alterata per lungo tempo può dare non solo un disturbo dell’umore ma generare ansia cronica. A quel punto più che l’insonnia va trattata la patologia che sottende il disturbo del sonno come la depressione e i disturbi dell’ansia”.

– Esistono dei trattamenti farmacologici di ultima generazione che possono essere consigliati oppure altre metodiche alternative in grado di combattere il problema?

“Il problema in acuto, nel caso di insonnia transitoria si tratta di solito con tre tipi di trattamenti farmacologici. Partiamo dalle benzodiazepine a breve emivita che servono ad indurre sia l’addormentamento che il prolungamento del sonno. In questo modo si riducono i livelli di ansia prima del momento dell’addormentamento. Poi ci sono le ‘zeta drugs’ ipnoinducenti che cioè non agiscono sull’ansia ma solamente sull’addormentamento hanno una durata brevissima tanto che dopo 20 minuti vengono metabolizzati dall’organismo del soggetto. Il prodotto più ‘naturale’ che ha un’azione anti aging e antiossidante è la melatonina con un dosaggio dai 2 ai 5 milligrammi, altrimenti è inefficace. La nostra produzione endogena di melatonina si riduce drammaticamente dopo i 40 e i 50 anni. Poi c’è un discorso a parte per i trattamenti non farmacologici tra i quali ad esempio la terapia psicologica cognitivo-comportamentale che è un intervento psicoterapeutico strutturato. Rimane il fatto che un paziente che non dorme vuole risolvere e perciò dormire. Ugualmente importante è l’educazione al sonno. È una buona abitudine bere tisane serali, dormire in ambiente per quanto possibile confortevole e seguire anche i propri ritmi personali del sonno. Ci sono persone definite ‘allodole’ e altri ‘gufi’, bisogna assecondare la propria natura. Infine, pratiche come lo yoga e la mindfulness possono migliorare il problema ma non possono bastare chiaramente se si soffre di un danno strutturale e neuropsichiatrico”.

– Ci sono cibi che possono contribuire al miglioramento del sonno che vuole consigliare a chi ci segue?

“Sicuramente curare la scelta degli alimenti è una strategia. Consumare una cena leggera, evitare carboidrati dopo il pomeriggio e ridurre la carne rossa di sera perché tendono a far rimanere svegli. E poi, come sappiamo, sono da bandire le sostanze eccitanti come il caffè o il the“.

 


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Insonnia in quarantena: suggerimenti per prevenirla

GVMnet ha pubblicato una intervista al Dottor Alfonso Mastropietro. Alcune importanti indicazioni pratiche per vivere al meglio le giornate di quarantena e arrivare la sera stanchi come dopo una giornata di lavoro.

Clicca qui per leggere l’intervista completa sul sito GVM NET.

NECESSARI TEST COGNITIVI AFFIDABILI PER DIAGNOSI ACCURATE DI DEMENZA

Secondo le conclusioni di uno studio pubblicato su Neurology: Clinical Practice, l’uso delle valutazioni cognitive brevi spesso non classifica in modo accurato i pazienti con demenza. «La diagnosi della malattia di Alzheimer e della demenza è complessa e proprio per questo gli strumenti di valutazione del deterioramento cognitivo sono imperfetti» afferma la prima autrice Janice Ranson della Scuola di medicina all’Università di Exeter, Regno Unito, che assieme ai colleghi ha esaminato i fattori predittivi di una errata classificazione della demenza da parte di tre valutazioni cognitive brevi: il Mini-Mental State Examination (MMSE), il Memory Impairment Screen e l’Animal Naming (AN). Analizzando 824 anziani nei quali era già stata posta diagnosi di demenza, i ricercatori hanno scoperto che il 35,7% dei partecipanti era stato classificato erroneamente da almeno una scala di valutazione, mentre l’1,7% dei partecipanti lo era stato con tutti e tre gli strumenti.

«I fattori predittivi di errata classificazione differiscono per ciascuna scala valutativa» precisano gli autori, spiegando che nel caso dell’MMSE il numero di anni di studio del paziente è in grado di predire elevati falsi negativi e bassi falsi positivi. Viceversa, con l’uso della scala AN la residenza in casa di cura implica una bassa percentuale di falsi negativi a fronte di falsi positivi più frequenti. «Altri fattori predittivi di un elevato numero di falsi positivi sono l’età e l’etnia non caucasica» riprende la ricercatrice. «Identificare in modo tempestivo le persone con demenza è di estrema importanza, specie a fronte del continuo sviluppo di nuovi trattamenti» commentano gli autori. E Ranson conclude: «Da questi risultati emerge la necessità di test cognitivi affidabili e di una migliore conoscenza di come interpretarli tenendo conto dell’età, dell’istruzione e di altri fattori. Questo è particolarmente vero per le valutazioni cognitive brevi che vengono spesso usate a scopo diagnostico in assenza di specialisti neurologi o geriatri».

Neurology: Clinical Practice 2018. Doi: 10.1212/CPJ.0000000000000566
http://cp.neurology.org/…/e…/2018/11/28/CPJ.0000000000000566

LINEE GUIDA PER CAPIRE QUANDO FAR SMETTERE DI GUIDARE I PAZIENTI CON DEMENZA

I ricercatori della Newcastle University, supportati dal National Institute for Health Research (NIHR) Newcastle Biomedical Research Centre, hanno collaborato con partner esterni, ricercatori e operatori al fine di creare una nuova guida per aiutare a decidere quale sia il momento giusto per far smettere di guidare i pazienti con demenza. Molte persone affette da demenza, in particolare nelle prime fasi della malattia, sono in grado di guidare in sicurezza, quindi è importante che non venga loro impedito di farlo, anche perché non è sempre semplice chiedere a qualcuno di smettere di guidare.

«Perdere la capacità di guidare può avere un impatto significativo sull’indipendenza e il benessere dell’individuo, ma chi non è in grado di condurre un veicolo in maniera sicura può essere fonte di preoccupazione per le famiglie e le persone care e può anche mettere a rischio sé stesso e gli altri» spiega John-Paul Taylor, della Newcastle University e del NIHR, che ha guidato il gruppo di lavoro. Secondo il documento, cambiamenti che possono indicare che la guida sta iniziando a diventare non sicura sono visibili in vari ambiti. Nel campo del giudizio visivo-spaziale, è necessario fare caso a quanto l’individuo conduca la sua auto vicino a veicoli fermi o che sta sorpassando, all’impossibilità di mantenere una rotta costante in una corsia definita, alla difficoltà nel seguire i piccoli cambiamenti del corso della strada. Un altro ambito da controllare è quello della risposta ai rischi, dove va osservata un’eventuale ripetuta mancanza di risposta in scenari affollati come incroci o attraversamenti. Bisogna poi fare attenzione alla riduzione dell’attenzione e valutare il processo decisionale, ovvero il declino nella capacità di prendere decisioni indipendenti durante la guida, che si può esplicare tramite continue richieste di suggerimenti verbali dai passeggeri, oppure con correzioni eccessive o errate rispetto ai cambiamenti della direzione stradale o dell’ambiente. Sono infine da prendere in considerazione gli errori nel sequenziamento, per esempio il mancato rilascio del freno a mano, il mancato controllo dei pericoli prima di partire o problemi nel cambio delle marce.

Driving with dementia or mild cognitive impairment – Consensus guidelines for clinicians

https://research.ncl.ac.uk/driving-and-dementia/consensusguidelinesforclinicians/Final%20Guideline.pdf

SCOPERTO MECCANISMO RESPONSABILE DELLA DEMENZA ASSOCIATA A TRAUMA CRANICO

Il trauma cranico induce la formazione di una forma anomala della proteina tau che si propaga nel cervello causando perdita di memoria e danni ai neuroni. Lo dimostra realizzato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Ircss di Milano. «Il trauma cranico grave» spiega Elisa Zanier che insieme a Roberto Chiesa ha coordinato lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Brain «è la principale causa di morte e disabilità permanente nei giovani adulti. Inoltre, anche quando di lieve entità, rappresenta un importante fattore di rischio per l’insorgenza di demenze come l’Alzheimer e l’encefalopatia cronica post-traumatica, malattia tipica degli sport da contatto, come la boxe.

Comprendere il meccanismo responsabile della transizione da danno cerebrale acuto a malattia cronica neurodegenerativa consentirebbe di sviluppare nuove terapie». «Analizzando il cervello di individui deceduti anni dopo un singolo trauma cranico grave, abbiamo notato che si formavano depositi diffusi di una forma anomala della proteina tau, tipica di alcune demenze» continua William Stewart neuropatologo dell’Università di Glasgow che ha partecipato allo studio. «Lo stesso fenomeno lo abbiamo riprodotto nel topo in cui abbiamo visto che la proteina tau anomala si formava inizialmente nella zona attigua al trauma ma, col tempo, si diffondeva alle altre aree del cervello. Questo fenomeno ricordava la propagazione dei prioni, le proteine infettive scoperte dal premio Nobel Americano Stanley Prusiner”» dice Chiesa, che aggiunge: «Proprio come un prione, la tau generata dal trauma, propagandosi nel cervello, induceva perdita di memoria e danni alle cellule nervose». «Il fatto che un singolo trauma generi una forma di tau in grado di auto-propagarsi contribuendo al danno a lungo termine, spiega come un evento meccanico acuto possa evolvere in una malattia progressiva neurodegenerativa» conclude Zanier. In Europa più di 5 milioni di persone vivono con una disabilità fisica e/o psicologica conseguente a trauma cranico moderato o grave. Lo studio dell’Ircss Mario Negri identifica la propagazione della tau quale meccanismo alla base della disabilità permanente nel paziente traumatizzato e suggerisce che interferire con questo meccanismo possa avere effetti terapeutici.

https://academic.oup.com/…/article…/doi/10.1093/brain/awy193

UN NUOVO ANTICORPO MONOCLINALE POTREBBE MIGLIORARE IL DECORSO DELL’ALZHEIMER

BAN2401, un anticorpo monoclonale umanizzato, è in grado di ridurre le placche amiloidi e di migliorare la cognizione e la funzionalità nei pazienti con malattia di Alzheimer. Questo è quanto risulta dai dati riguardanti gli endpoint secondari dello studio clinico di fase 2 noto come “201”, una sperimentazione di 18 mesi, in doppio cieco, a gruppi paralleli, controllata con placebo, presentati dai ricercatori di Eisai Co. e Biogen, Inc. alla Alzheimer’s Association International Conference 2018. I pazienti con malattia di Alzheimer precoce, con patologia amiloide confermata nel cervello, sono stati assegnati in modo casuale a placebo o cinque bracci di trattamento attivo con dosi differenti. Gli autori dello studio hanno confrontato i cambiamenti rispetto al basale nella misura di efficacia primaria, il punteggio composito della malattia di Alzheimer (ADCOMS), confrontandola con placebo. I dati iniziali dello studio, annunciati a dicembre 2017, hanno mostrato che BAN2401 non ha raggiunto l’endpoint primario. Tuttavia, i nuovi dati riferiti sugli endpoint secondari dello studio hanno mostrato che BAN2401 ha esercitato effetti dose-dose-dipendenti su amiloide visto alla PET, endpoint clinici e biomarcatori del liquido cerebrospinale. In particolare, il trattamento con BAN2401 ha mostrato una riduzione statisticamente significativa dell’amiloide cerebrale per tutte le dosi valutate; la dose massima di 10 mg/kg ha raggiunto una variazione media aggiustata rispetto al basale di -0,26 a 12 mesi e di -0,30 a 18 mesi quando confrontata con placebo. Inoltre, una conversione dose-dipendente da amiloide positivo a negativo è stata osservata nel 65% dei pazienti a 12 mesi e nell’81% dei pazienti a 18 mesi alla dose più alta. Per quanto riguarda la riduzione del declino clinico, BAN2401 ha mostrato una riduzione dose-dipendente rispetto al placebo misurata per mezzo di ADCOMS; la dose di 10 mg/kg ha ridotto significativamente il declino clinico del 35% a 12 mesi e del 30% a 18 mesi. Gli eventi avversi più comuni correlati al trattamento sono stati reazioni legate all’infusione, principalmente da lievi a moderate, e le anomalie a livello di imaging correlate all’amiloide.

Alzheimer’s Association International Conference 2018
https://www.alz.org/aaic/about/chicago.asp

IDENTIFICATO UN NUOVO POSSIBILE MARCATORE DEL DANNO NELLA SOSTANZA BIANCA DEI MALATI DI ALZHEIMER

Esiste una correlazione tra livelli di amiloide nel liquor e alterazioni nella sostanza bianca cerebrale in pazienti affetti da demenza da Alzheimer. Così affermano gli autori di uno studio pubblicato sul Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry, portato avanti dall’Unità Malattie Neurodegenerative dell’Università di Milano, Centro Dino Ferrari, e della Fondazione Ca’ Granda IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico della stessa città. Nel cervello di pazienti affetti da Alzheimer si osserva la deposizione di amiloide e la morte dei neuroni, localizzati nella sostanza grigia. Radiologicamente è anche possibile vedere alterazioni, della cui natura si sa ancora poco, nella sostanza bianca, costituita in maniera preponderante da mielina. In questo studio, portato avanti in collaborazione con il Laboratorio di genetica e neurochimica dell’Unità di neuroradiologia dell’Università di Milano e Fondazione Cà Granda IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, e con il Laboratorio di neuroimaging della Fondazione IRCSS Santa Lucia di Roma, i ricercatori hanno cercato un collegamento tra patologia amiloidea e deterioramento della sostanza bianca cerebrale, con l’ipotesi della possibilità di predire il danno della sostanza bianca attraverso i livelli di amiloide nel liquor. Per questo sono stati arruolati 85 partecipanti, 65 con malattia di Alzheimer (AD) di nuova diagnosi, demenza non‐AD o lieve deterioramento cognitivo, e 20 controlli, dei quali sono stati valutati i valori di β‐amiloide1‐42 (Aβ) nei campioni di liquido cerebrospinale.

Ebbene, 42 pazienti presentavano livelli di Aβ patologici, mentre 23 avevano livelli di Aβ normali. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti anche a una valutazione neurologica e neurocognitiva completa e una risonanza magnetica cerebrale in modo da valutare il danno nella sostanza bianca, che potrebbe quindi rivelarsi un elemento cruciale nella patogenesi della malattia. «Questo studioha dimostrato un aumento del carico lesionale nei pazienti con livelli patologici di Aβ, sia rispetto ai controlli sani sia rispetto ai pazienti con livelli liquorali normali. È interessante notare poi che i livelli liquorali di Aβ sono risultati in grado di predire il danno della sostanza bianca nei pazienti» conclude Anna Pietroboni, prima autrice dello studio.

J Neurol Neurosurg Psychiatry. 2018. doi: 10.1136/jnnp-2017-316603
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29054920

UN INTEGRATORE NATURALE PROTEGGE DA EFFETTI DELL’INVECCHIAMENTO

Il consumo quotidiano di un integratore alimentare naturale, nicotinamide riboside (NR), potrebbe proteggere dagli effetti dell’invecchiamento, secondo quanto indica un nuovo studio pubblicato su Nature Communications. La nicotinamide riboside infatti imita la restrizione calorica, dando il via agli stessi percorsi chimici chiave che sono responsabili dei suoi benefici per la salute, e potrebbe anche far diminuire la pressione sanguigna e migliorare la salute delle arterie, in particolare in persone con ipertensione lieve. «Questo è stato il primo studio in assoluto a valutare un periodo di somministrazione di questo composto negli esseri umani. Abbiamo scoperto che è ben tollerato e che sembra attivare alcuni degli stessi percorsi biologici chiave della restrizione calorica» spiega l’autore senior Doug Seals, della University of Colorado a Boulder. I ricercatori hanno studiato 24 uomini e donne, normopeso e in buona salute, di età compresa tra 55 e 79 anni, residenti nella zona di Boulder. A metà dei partecipanti è stato somministrato un placebo per sei settimane, e poi una dose da 500 mg due volte al giorno di NR. L’altra metà ha assunto NR per le prime sei settimane, e in seguito il placebo. Alla fine di ogni periodo di trattamento sono stati effettuati esami del sangue e altri test fisiologici, e nessuno dei partecipanti ha riportato effetti avversi gravi. I risultati hanno mostrato che 1.000 mg al giorno di NR facevano aumentare del 60% i livelli di nicotinamide adenina dinucleotide (NAD +), necessario per l’attivazione delle sirtuine, a cui sono in gran parte attribuiti gli effetti benefici della restrizione calorica. «Il NAD+ tende fisiologicamente a diminuire con l’età. Ma somministrando agli anziani un’integrazione con NR, non stiamo solo ripristinando qualcosa che si perde con l’invecchiamento, ma potremmo potenzialmente aumentare l’attività degli enzimi responsabili di proteggere i nostri corpi dallo stress» sottolineano gli autori. Inoltre, in 13 partecipanti con pressione arteriosa elevata o ipertensione di stadio 1 (120-139/80-89 mmHg), la pressione arteriosa sistolica è scesa di circa 10 punti dopo aver assunto il composto, con una potenziale riduzione del 25% del rischio di attacco cardiaco. «Il nostro studio era piccolo, e non può andare oltre la definizione di studio pilota. Ma se l’ampiezza della riduzione della pressione arteriosa sistolica con l’integrazione di NR fosse confermata in studi clinici più ampi, potrebbero esserci implicazioni biomediche importanti» concludono gli autori.

Nat Commun. 2018. doi: 10.1038/s41467-018-03421-7
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29599478

SETTIMANA DEL CERVELLO, ULTIME NOVITÀ DIAGNOSTICHE E TERAPEUTICHE SU ICTUS E ALZHEIMER

“Non c’è muscolo senza cervello” è il tema dell’edizione 2018 della ‘Settimana mondiale del cervello’ attualmente in corso (12-18 marzo), campagna di sensibilizzazione – promossa in Italia dalla Sin (Società italiana di neurologia) – che prevede numerose iniziative per informare la popolazione sulle malattie che possono compromettere il funzionamento del cervello e che colpiscono, solo nel nostro Paese, circa 5 milioni di persone. «Se è noto che i nervi e i muscoli dipendono per la loro funzione dagli impulsi del sistema nervoso centrale (Snc)» ha ricordato a Milano nel corso della presentazione dell’iniziativa Gianluigi Mancardi, presidente Sin e direttore Clinica neurologica Università di Genova «è anche vero che i nervi e i muscoli influenzano il Snc fornendo segnali e sostanze nutritive ai neuroni del midollo spinale e contribuendo, attraverso l’esercizio muscolare e l’allenamento, a inviare segnali positivi di sopravvivenza ai neuroni». Cambia così la prospettiva sotto cui si guardano patologie come la malattia di Alzheimer (AD) e l’ictus ischemico, di cui hanno parlato rispettivamente Stefano Cappa- ordinario di Neurologia, Scuola universitaria superiore di Pavia – e Danilo Toni- associato in Neurologia, direttore Unità di trattamento neurovascolare Policlinico Umberto I di Roma. «In caso di AD, le capacità motorie dei pazienti rimangono intatte e la regola “non c’è muscolo senza cervello” sta però a sottolineare l’importanza dell’attività fisica per il mantenimento delle capacità cognitive» precisa Cappa. Da un lavoro pubblicato su una rivista internazionale da un giovane ricercatore italiano, spiega, emerge infatti come l’esercizio fisico, insieme ad altri corretti stili di vita (alimentazione, qualità del sonno) incidano in senso preventivo agendo su comuni fattori di rischio vascolare sovrapponibili a quelli di altre demenze. Cappa cita altri due studi di giovani neurologi italiani, in termini di potenziale premesse per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. Nel primo è stata rilevata una relazione – ma non un rapporto causale, si sottolinea – tra microbiota intestinale e AD. «Esaminando la flora batterica intestinale di pazienti con AD» riferisce il neurologo «si è osservata una riduzione dei ceppi batterici ad attività antinfiammatoria rispetto a quelli ad attività infiammatoria, rilevata anche a livello ematico. È un dato interessante da un punto di vista terapeutico, quanto meno sintomatico».
L’altro lavoro, continua, evidenzia l’importanza di una diagnosi precoce e precisa in quanto, se si testano farmaci sperimentali in pazienti non correttamente diagnosticati oppure in fase troppo avanzata di AD, si rischia di vanificare il lavoro di anni. «Il gruppo di Brescia ha conseguito un significativo risultato in termini di selezione di pazienti dimostrando come sia possibile, impiegando un metodo molto semplice quale la stimolazione magnetica transcranica e la valutazione degli indici neurofisiologici ottenuti, effettuare una diagnosi differenziale tra AD e demenza fronto-temporale (la forma più frequente soprattutto in età giovanile), che di solito richiede esami costosi e complessi». Lo specialista cita infine due recenti lavori internazionali rilevanti sotto il profilo diagnostico e con un forte impatto potenziale sullo sviluppo di nuove terapie. «È stata individuato la struttura molecolare di due tipi di tau fosforilata che si accumulano nel cervello dei pazienti con AD. Ciò permetterà di sviluppare nuovi traccianti per la tomografia a emissione di positroni (Pet) al fine di evidenziare in vivo la presenza della proteina patologica nelle primissime fasi della malattia o anche in pazienti asintomatici». L’altro sviluppo è la messa a punto da parte di ricercatori australiani di un test – molto specifico e sensibile ed eseguibile su semplice campione di sangue – in grado di dimostrare l’accumulo di amiloide cerebrale (uno dei marcatori di AD) con un’affidabilità pari a quella di esami costosi o non disponibili ubiquitariamente (quale la Pet per la rilevazione in vivo di beta-amiloide) o piuttosto invasivi e non impiegabile in screening (come l’esame del liquor che richiede una puntura lombare). «L’apparecchiatura per l’analisi del campione ematico, tecnologicamente complessa, è costosa ma evidentemente renderebbe più semplice una diagnosi precoce ed è presumibile che nel giro di qualche mese possa essere resa disponibile in qualche centro in Italia» conclude Cappa.
Evidente la stretta correlazione tra cervello e apparato neuromuscolare in caso di ictus ischemico (terza causa di morte in Italia) quando è coinvolta la corteccia motoria. Assumono quindi grande rilievo i recenti avanzamenti nel trattamento dello stroke, riferiti da Danilo Toni, e riassumibili in un ampliamento della finestra terapeutica per l’asportazione meccanica per via endovascolare del trombo occorrente. Dopo la trombolisi intravenosa con attivatore del plasminogeno tissutale ricombinante (rt-PA) usata dalla fine degli anni ’90, con l’avvento della trombectomia dal 2015 in poi si era definita una finestra terapeutica ottimale per il trattamento in media di 5-6 ore, ricorda l’esperto. «Tuttavia» aggiunge «da diversi anni era apparso evidente che la durata media di tale ‘finestra’ era un’astrazione statistica e che era possibile individuare pazienti con finestre temporali più ampie, anche di diverse ore. Si è passati così al concetto di ‘finestra di opportunità terapeutica individuale’ legata all’efficienza dei circoli collaterali che apportano sangue alle aree di penombra ischemica, aree cioè compatibili con la sopravvivenza (al contrario del core ischemico) ma non con la normale funzionalità». Due trial (denominati ‘Dawn’ e ‘Defuse 3’), pubblicati a gennaio e a febbraio sul “New England” ed entrambi condotti su pazienti con occlusione della carotide interna o dell’arteria cerebrale media prossimale, riferisce il neurologo, hanno dimostrato l’efficacia della trombectomia fino a 16-24 ore dal teorico esordio dell’ictus nel consentire un recupero funzionale fino a 3 mesi dal trattamento, a fronte di un rischio di complicanze emorragiche e mortalità comparabile a quello del trattamento standard. «La selezione dei possibili candidati al trattamento» precisa «richiede comunque il ricorso a tecniche avanzate di neuroimaging come la Tc di perfusione o la Rm con sequenze in diffusione e perfusione e il calcolo dei volumi lesionali e delle aree di ipoperfusione attraverso software automatizzati».
Da citare, proprio su questi temi, il sostegno dato all’iniziativa Sin da Alice Italia onlus, da sempre impegnata – tra le molteplici attività – a informare la popolazione sul riconoscimento precoce dei sintomi. «Si registra un progresso costante in campo diagnostico e terapeutico» scrive in un comunicato Nicoletta Reale, presidente della federazione di associazioni di volontariato. Peraltro, sottolinea, «il nostro Paese vive di differenze anche molto significative tra regione e regione, soprattutto tra Nord e Sud: un esempio tra tutti è ancora oggi costituito dalla disomogenea distribuzione delle Unità Neurovascolari (Stroke Unit)sul territorio nazionale, nonostante le precise direttive ministeriali contenute nel Decreton.70/2015».
Arturo Zenorini
Iniziative Sin sul territorio nazionale nel corso della Settimana mondiale del cervello
www.neuro.it